Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/206

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– Il serpente si è scelto un bel rifugio – disse Alvaro al ragazzo indiano che gli camminava dinanzi. – Siete sicuri che si trovi qui?

– È stato veduto anche ieri, signore – rispose l'interprete.

– È molto grosso?

– Quanto il vostro corpo.

– È lungo molto?

– Il doppio d'un sucuriù e d'una voracità estrema. È già il sesto indiano che divora.

– Che cosa sarà dunque?

– Un liboia, signore.

– Ha qualche tana in questa foresta?

– Si tiene sempre sugli alberi, anzi quando saremo più innanzi, vi consiglio di guardare sempre in aria. Ha l'abitudine di attorcigliarsi intorno a qualche grosso ramo e di lasciarsi cadere di colpo addosso alla preda.

– Mi guarderò – disse Alvaro. – E tu Garcia, sta sempre presso di me giacché sono più che convinto che nel momento del pericolo questi valorosi scapperanno come un branco di conigli.

– E noi ne approfitteremo, è vero signor Alvaro?

– Per fuggire dalla parte opposta – rispose il portoghese. – Non ci lasceremo sfuggire una così bella occasione.

In quell'istante il capo, che seguiva quattro dei suoi incaricati ad aprire il passaggio, fece un cenno colla mano.

– Che cosa c'è? – chiese Alvaro al ragazzo indiano.

– Il capo vi avverte che siamo sul luogo ove il rettile è stato veduto e vi consiglia di guardare attentamente gli alberi sotto i quali passerete.

– I miei occhi sono buoni e un serpente di tale mole si scorgerà facilmente.

– Non sempre, signore, potendosi scambiare facilmente per un ramo, in causa della tinta verde cupa del suo dorso.

Gl'indiani avevano rallentato il passo e non abbattevano più le liane onde il rettile non si spaventasse e fuggisse passando d'albero in albero.

Le scostavano con precauzione o le alzavano finché i due pyaie erano passati, lasciandole poi ricadere.

Ogni dieci o dodici passi poi si fermavano, guardando attentamente fra le foglie immense delle piante e mettendosi poi in ascolto.