Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/243

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giunsero in una cala minuscola che era cinta da bellissime piante chiamate pequià e anche morfim ossia dell'avorio, essendo il legno che se ne ricava d'una trasparenza e chiarezza meravigliosa.

Prima di sbarcare, i due portoghesi armarono i due archibugi e stettero in ascolto qualche minuto, temendo di vedere sorgere dietro le piante i terribili caheti.

Udendo solamente le grida monotone d'uno stormo di arà rosse, si decisero a lasciare la canoa.

– Siamo soli – disse Alvaro. – Andiamo innanzi a tutto a fare una visita a quei cocchi. Mi pare che siano ben carichi di frutta.

Si erano appena cacciati sotto le pequià quando grida acutissime echeggiarono in mezzo alle palme che formavano la prima linea della grande foresta.

Eske! Eske!

– Gl'indiani? – disse Garcia preparandosi a tornare verso la scialuppa.

– Mi pare che queste grida siano mandate da una truppa di scimmie.

– Che battaglino fra di loro?

– Andiamo a vedere, Garcia. Tu sai che la carne delle scimmie non è poi cattiva.

Le grida continuavano sempre più stridenti, coprendo gli schiamazzi dei pappagalli e le note squillanti delle arà.

Eske! Eske!

– Sì, sono scimmie – disse Alvaro che aveva già raggiunto il margine della foresta. – Le vedi lassù, su quella pianta che lancia i suoi rami quasi orizzontalmente.

– Sì, le vedo.

– Sarei curioso di sapere perché urlano tanto. Non ti sembrano spaventate?

– Sì, signor Alvaro. Non vedete come guardano abbasso e come cercano di spingersi verso i rami più alti? Qualcuno deve minacciarle.

– Il dito sul grilletto del fucile – ragazzo mio. – L'animale che minaccia quelle scimmie potrebbe prendersela anche con noi. Avanziamoci adagio ed in silenzio.

Fra i rami d'una massaranduba, cinque scimmie si agitavano freneticamente balzando ora da una parte ed ora dall'altra, urlando