Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/330

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disse l'indiano. – Queste piante ci nascondono e anche ci riparano dalle frecce.

– Dove ci cercheranno?

– Certo fra le macchie.

– Non credevo che questa avventura finisse così bene.

– Andiamo, forza, uomo bianco.

Continuarono ad avanzarsi radendo i paletuvieri e cercando di fare meno rumore che era possibile, finché raggiunsero felicemente la punta estrema dell'isola.

L'avevano già superata oltrepassandola d'una cinquantina di metri, quando udirono una voce a gridare:

– Là! Là! Eccoli che fuggono!

– Maledizione! – esclamò Diaz.

Alcune ombre umane si erano precipitate fuori da una macchia, slanciandosi verso la riva.

– Abbassati! – gridò Rospo Enfiato, udendo sibilare in aria delle frecce.

Il marinaio di Solis si era già gettato nel fondo del canotto, quando udì parecchi tonfi.

– Ci assalgono a nuoto! – gridò.

– Ho la mazza – rispose Rospo Enfiato.

– Afferra le pagaie!

– Le frecce volano e sono certo tinte nel vulrali.

Diaz a rischio di riceverne qualcuna alzò la testa riparandola dietro la parte larga e piatta del remo che poteva, fino ad un certo punto, servire da scudo e guardò verso la riva.

Otto o dieci indiani balzavano come se fossero indemoniati, lanciando di quando in quando qualche freccia che si piantava sui bordi della canoa quantunque la distanza fosse già considerevole.

Altri sei o sette si erano gettati in acqua e nuotavano vigorosamente per assalire l'imbarcazione.

Si servivano d'una sola mano poiché nell'altra tenevano le mazze.

– Ah! Canaglie! – gridò Diaz.

– Vengono? – chiese il Rospo.

– Sono a breve distanza.

– Fuggiamo!

Afferrarono le pagaie e approfittando del momento in cui gl'indiani rimasti sulla riva s'aprivano un varco fra i paletuvieri per diminuire la distanza e rendere più efficaci i tiri delle frecce, si