Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/38

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Saltò sulla murata aggrappandosi ai paterazzi ancora sospesi al troncone dell'albero maestro e guardò verso prora.

La disfatta degl'indiani era stata completa. Delle quattro piroghe una era colata subito a fondo e le altre tre fuggivano disordinatamente verso la riva.

– Un bel colpo in fede mia – disse il bravo giovane, ridendo. – Quei maledetti mangiatori di carne umana non torneranno più a rinnovare l'attacco.

Guardò verso lo scoglio contro cui si era arenata la caravella. Dei cadaveri, orrendamente mutilati, ondeggiavano fra la spuma che le onde avventavano sulle rocce insieme a frammenti di remi e di banchi.

– Se ne sono andati, signor Alvaro? – chiese il mozzo.

– Filano verso la costa come un'orca che ha il vento in poppa – rispose Correa. – Giurerei che non hanno più una goccia di sangue nelle vene.

– Come arrancano! – esclamò il ragazzo che si era issato, a sua volta, sulla murata. – Devono aver provata una terribile paura.

– E parecchi di essi sono morti.

– Ed i pescicani stanno divorandoli, signore. Oh! Le brutte bestie! Guardate quante ve ne sono! Aho! Che bocconi! Tagliano in due un corpo come se avessero fra i denti una immensa forbice!

Correa guardò verso la prora e rabbrividì. Sette od otto mostruosi squali, di quelli che hanno la testa foggiata a martello e che si chiamano zigaene, si agitavano presso la scogliera mostrando le loro enormi bocche semicircolari, armate di formidabili denti.

Si voltavano sul dorso, non potendo afferrare le prede d'un colpo, in causa della disposizione della loro bocca che si trova al di sotto dei due capi del martello, poi con un crac che metteva i brividi tagliavano in due i cadaveri, afferravano la parte più grossa e scomparivano fra un cerchio di sangue.

– Oh! Gli orribili pesci! – esclamò Correa. – Se l'esplosione ci scaraventava in mare, ci toccava una bella fine!

Una folata di fumo nero e fetente, impregnato dell'odor del catrame, lo avvertì che il pericolo non stava dalla parte degli squali.

– Perdinci! – esclamò. – Noi dimenticavamo che la prora della caravella sta tramutandosi in una fornace. Ragazzo mio, se gl'indiani se ne sono andati, non possiamo dire di essere ancora salvi. Bisogna sgombrare e senza perdere tempo.

– È vero signore ma... e quei pescicani?

– Hanno ben altro da fare in questo momento per occuparsi di noi. E poi abbiamo delle armi e se cercheranno di assalire la nostra zattera ci difenderemo.

Diede un ultimo sguardo verso la costa. Le tre piroghe avevano imboccato uno dei cinque fiumi e stavano scomparendo sotto le vôlte di verzura che coprivano quei corsi d'acqua.

– Alla zattera, Garcia – disse. – Porta in coperta un barilotto di polvere e del piombo. Ci sono più viveri nel quadro?

– La dispensa è sott'acqua, signore. Ve lo dissi già.

– Andremo a guadagnarci la colazione alla costa. Vedo un gran numero di uccelli a volare fra gli alberi e non siamo cattivi tiratori.

Si issò fino alla coffa portando con sé una gomena che passò in una delle pulegge, poi legò un capo ad un angolo della zattera e avvolse l'altro intorno all'argano di poppa, che il mozzo aveva già provvisto di manovelle.

Bisognava spicciarsi. Le fiamme, trovando facile alimento nelle pareti incatramate della caravella, guadagnavano rapidamente.

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