Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/43

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– Gl'indiani? – chiese Alvaro, che non si era ancora accorto della presenza di quei nuovi nemici, non meno formidabili dei mangiatori di carne umana delle selve brasiliane.

– No, gli squali, signore.

– Che siano tutti accaniti contro le nostre polpe e affamati di carne bianca in questo maledetto paese! La cosa comincia a diventare un po' noiosa.

– Ci hanno circondati, signore.

Alvaro ritirò il remo e si guardò intorno. Il mozzo non aveva esagerato il pericolo.

Sette od otto enormi pescimartello, mostravano le loro orribili teste a pochi passi dalla zattera, aprendo e rinchiudendo le loro mascelle con uno scricchiolìo per nulla rassicurante.

I loro occhi, bruttissimi, collocati alle due estremità del martello, dall'iride azzurro cupo, si tenevano ostinatamente fissi sui due naufraghi come se cercassero di affascinarli.

– Non sono meno pericolosi degl'indiani questi – disse il giovane portoghese.

– Non sarà però cosa facile per loro di inerpicarsi sulla zattera, giacché la natura non li ha, fortunatamente, provvisti di zampe e di artigli. Che boccacce! Non ti senti gelare il sangue, mio piccolo Garcia?

– E anche girare la testa signore – rispose il mozzo.

– Prendi uno spadone e picchia sodo se si avvicinano.

– Sarebbe meglio fucilarli.

– Degli spari! No, Garcia, non facciamo tornare gl'indiani o accorrere degli altri. Ve ne possono essere ancora sotto quelle boscaglie.

Gli squali si erano messi a girare intorno alla zattera, tenendosi ad una certa distanza, mostrando ora i loro dorsi potenti ed ora le loro code che sono così robuste da poter rovesciare d'un sol colpo un canotto di media lunghezza.

Di tratto in tratto qualcuno si inabissava fragorosamente ed i due naufraghi sentivano la sua pelle rugosa strisciare sul fondo della zattera.

– Si provano ad alzarla – disse Correa il quale era meno spaventato di quanto avrebbe dovuto esserlo. – Ritengo però che non ne avranno la forza. Anche noi pesiamo qualche cosa.

Aveva afferrato il suo spadone e con un coraggio temerario si era accostato al margine di tribordo della zattera, tirando gran colpi che ricadevano sempre nel vuoto. Quei maledetti squali, furbi