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La caccia al “Jacarè„ 103

Gli Ottomachi dopo un breve consiglio, erano rientrati nella foresta nella quale dovevano sorgere le loro abitazioni. Dopo un quarto d’ora erano di ritorno con altri dieci compagni, tutti carichi di corti pali acuminati che accumularono sulla sponda. Ripartirono e tornarono con altri nè si arrestarono finchè non ne ebbero trasportati moltissimi.

Allora cominciarono a scendere sul bassofondo ed a piantarli formando un semicerchio, ma che aveva una stretta apertura verso il punto ove l’acqua era più profonda.

In quel passaggio tesero il laccio destinato al caimano, formato da un nodo scorsoio di fibre di tucum e d’un giovane albero fortemente piegato e tendente a riprendere la posizione verticale.

Terminato quel lavoro, compiuto in un tempo brevissimo, ritornarono verso la sponda, un solo eccettuato, il quale era rimasto nascosto nel recinto tenendo in braccio un piccolo pecari, una specie di cinghiale selvatico che puzza di muschio.

— Attento, Alonzo — disse il dottore. — Fra poco il goloso caimano giungerà.

— Verrà a gettarsi stupidamente nel laccio.

— Il pecari è un boccone ghiotto. Odi?...

Il piccolo cinghiale aveva emesso un grido acuto. L’indiano che