Pagina:Salgari - La Città dell'Oro.djvu/163

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Una emigrazione di formiche fiamminghe 155

— Allora sono molto lontani e stanno perlustrando le sponde del Cassanare.

— Che siano i nemici misteriosi?

— Diavolo! I pecari sotto, le mosche-cartone sopra, e le frecce avvelenate degli indiani! Non darei una piastra della nostra pelle.

— Ed i nostri fucili sono sempre a terra! Dottore mio, comincio ad averne abbastanza della Città dell’Oro, degli Eperomerii, degli Orecchioni e del vostro bel paese.

— Ma penso, giovanotto, che se quegli indiani si avvicinano avranno da fare coi pecari e che se i pecari si allontanano un po’, noi scenderemo a prendere le nostre armi.

— Guardate, dottore. I pecari si mettono in fila come se dovessero sostenere un vero assalto.

— Zitto! — disse Velasco curvandosi innanzi come se volesse raccogliere dei vaghi rumori.

Stette in ascolto alcuni minuti con profondo raccoglimento, poi si alzò bruscamente.

— Odi nulla, Alonzo? — chiese.

— Ma... si direbbe che sulla grande foresta piove o che s’avanza un esercito di rettili. Odo degli scricchiolii strani, come se migliaia e migliaia di branchie acute o di tenaglie fossero in opera.