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L'agguato degl'indiani 251

vicinare, nè spaventarsi. Si erano accomodati meglio che potevano a cavalcioni del picco della randa ed avevano afferrati i fucili.

— Mirate sui fianchi o in bocca, o le palle si schiacceranno contro quelle scaglie dure come il ferro — disse don Raffaele.

— A me il primo — disse Alonzo.

— Ed a me il secondo — rispose Velasco.

— Fuoco! — comandò don Raffaele.

Tre spari risuonarono e tre caimani, i primi, si rovesciarono sui fianchi feriti, contorcendosi furiosamente e vibrando formidabili colpi di coda. Gli altri, spaventati da quelle detonazioni, che forse mai avevano udite in quei luoghi abitati dai soli indiani, s’inabissarono precipitosamente.

Dei tre colpiti, uno, dopo una spaventosa agonia, cessò di vivere e la corrente lo trascinò su di un banco; ma gli altri due fuggirono lasciando alla superficie delle macchie di sangue, nè si fecero più vedere.

— Credo che ne avranno abbastanza per ora — disse don Raffaele, lieto di quel successo.

— Che non ritornino? — chiese Alonzo.

— Non credo. I caimani sono feroci bensì, ma non molto coraggiosi di fronte all’uomo e non sempre osano assalirlo.