Pagina:Salgari - La Città dell'Oro.djvu/68

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60 la città dell'oro

scriversi, venne a rompergli la frase. Era un concerto di urla lamentevoli, ma così acute da guastare i timpani meglio costruiti e così strazianti che parevano emesse da un centinaio di persone martirizzate; poi erano voci strane che somigliavano alle salmodie d’una compagnia di frati. Vi erano bassi, baritoni, tenori, soprani e contralti e pareva che tutti quei cantori cercassero di sopraffarsi gli uni cogli altri con note così potenti da udirsi a parecchi chilometri di distanza.

— Cosa succede, cugino? — chiese Alonzo stupito. — Vi è qualche tribù che canta?

— Sì, ma di scimmie — rispose don Raffaele, ridendo.

— Di scimmie?... Son voci umane, cugino.

— Eccoli i cantori, Alonzo. Guardali!...

La scialuppa, avendo girato una punta che si stendeva per buon tratto sul fiume, era giunta dinanzi ad un gruppo di jatolà (hynenaea courbaril), alberi enormi che raggiungono un’altezza di trenta o quaranta metri, ma con certi tronchi che misuravano nove e perfino dieci metri di circonferenza.

Su quei rami grossissimi, avevano preso stanza un centinaio e più di scimmie col pelame bruno, colla testa, le mani e la coda nere e di statura media. Sedute in circolo attorno ad un vecchio maschio che