Pagina:Salgari - La Stella Polare.djvu/140

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All'annuncio che la Stella Polare era giunta in porto, una gran folla s'era riversata verso le gettate, ansiosa di vedere S. A. R. il Duca degli Abruzzi ed i membri della spedizione italiana.

Al Duca premeva soprattutto di vedere i centoventi cani siberiani, che dovevano già essere giunti da parecchi giorni e sui quali molto contava per procedere in islitta verso il polo.

Infatti la sua prima domanda, appena sbarcato, era stata questa:

– È giunto Trontheim?

Trontheim aveva mantenuta la sua parola. Come aveva fatto per Nansen, aveva attraversati gli Urali ed i territori settentrionali della Russia ed era già giunto ad Arcangelo, conducendo intatta la sua numerosa muta di cani.




13.

ADDIO EUROPA!


Nelle spedizioni polari i cani sono d'una utilità così immensa, che quasi tutti gli esploratori ne hanno sempre condotti con loro, per poter procedere rapidamente attraverso gli immensi campi di ghiaccio.

L'uomo, per quanto robusto, si è sempre trovato impotente a porre in opera la sua forza muscolare. Il freddo terribile, che scende talvolta al disotto dei cinquanta e più gradi, esercita un'influenza disastrosa sull'organismo umano.

Le forze se ne vanno, l'energia si spegne ed una specie di ebbrezza invade l'esploratore polare, rendendolo incapace a trascinare od a portare un carico anche leggero.

Si è quindi ricorso ai cani per poter trascinare le slitte, sulle quali si carica tutto il necessario occorrente agli esploratori: tende, viveri, vesti, coperte ed armi.

Fino a pochi anni or sono, non si erano adoprati che cani esquimesi, ma non sempre avevano fatto buona prova, in causa della loro testardaggine e del loro carattere irrequieto e selvaggio.

Quelli di razza esquimese sono buoni corridori, quantunque non