Pagina:Salgari - La capitana del Yucatan.djvu/210

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– Non temete – rispose il cubano.

Intanto i cavalli, eccitati dai cavalieri, divoravano la via con crescente velocità, passando sotto i grandi alberi come un uragano.

Il bosco ben presto fu attraversato ed agli sguardi dei cavalieri apparve un grazioso villaggio, annidato all'estremità d'una piccola baia ed ombreggiato da una doppia fila di splendidi palmizi reali colle grandi foglie piumate e dal tronco altissimo ed elegante.

– San Felipe – disse il mulatto.

– Non credevo di essere così vicino – si limitò a rispondere Cordoba.

I cavalli in meno di quindici minuti attraversarono la distanza, costeggiando una piantagione di cacao ed entrarono nel villaggio di galoppo, arrestandosi dinanzi ad un ampio steccato, dietro al quale si vedevano sorgere un gran numero di immense tettoie.

San Felipe non era che un povero villaggio formato da una cinquantina di casette ed abitato da due o trecento persone per lo più negri e mulatti, però gl'insorti ne avevano fatto un centro per lo sbarco delle armi e delle munizioni.

Non osando i filibustieri americani accostarsi troppo alle coste di Cuba che sapevano essere sorvegliate dalle cannoniere spagnole dell'ensenada della Broa e della baia di Cazones e di Cienfuegos, avevano scelta quella località poco frequentata per operare gli sbarchi delle armi mandate dal Comitato rivoluzionario di New-York.

Però per non venire sorpresi, gl'insorti avevano mandato colà un buon numero di combattenti, un trecento circa, i quali avevano formato un piccolo campo trincerato, munendolo di alcuni cannoni a tiro rapido, ricevuti dai filibustieri yankees.

Il mulatto scambiò alcune parole con una sentinella che vegliava all'entrata del recinto e introdusse i suoi compagni.

Quella specie di campo trincerato, difeso da una solida stecconata e da un fosso profondo, misurava sei o settecento metri di circuito e comprendeva otto ampie tettoie sotto le quali si vedevano un gran numero di casse contenenti probabilmente delle armi e delle munizioni da spedirsi a Cuba, probabilmente agl'insorti di Pinar del Rio.

Un centinaio d'uomini per la maggior parte creoli cubani, si trovava nel recinto. Vedendo entrare quei cavalieri, alcuni si affrettarono ad andarli a ricevere.

– Dov'è il capo? – chiese il mulatto. – Questi americani desiderano parlare a lui.

– Seguitemi – rispose un insorto.

Cordoba ed i suoi compagni scesero da cavallo ed attraversarono il piccolo campo trincerato. Il tenente si era messo vicino al signor Del Monte e di quando in quando gli dava una stretta al braccio, mentre uno dei due marinai, il più robusto, li seguiva ad un passo di distanza, pronto ad accoppare il prigioniero al menomo sospetto.

Cordoba pareva tranquillissimo, quantunque sapesse di giuocare una carta estremamente pericolosa, che poteva costargli non solo la libertà, anche la vita. Quell'indiavolato lupo di mare doveva avere una straordinaria sicurezza nella riuscita del suo progetto ed una grande dose di energia e di audacia per mostrarsi così calmo in quel supremo momento.

Anche i due marinai non sembravano molto preoccupati, avendo completa fiducia nel loro comandante. Forse solamente Quiroga non era interamente tranquillo poiché lo si udiva a mormorare di sovente agli orecchi di Cordoba:

– Siate prudente o perderete tutti.

Giunti all'opposta estremità del campo, l'insorto si arrestò dinanzi ad una casetta a due piani, circondata da una veranda ed ombreggiata da un gruppo di banani le cui foglie, di dimensioni veramente esagerate, si allungavano verso il tetto.

Un uomo vestito di tela bianca e che teneva il capo riparato da un largo feltro, una specie di sombrero messicano, adorno di tre stelle d'oro e che stava seduto sull'affusto d'un cannone fumando un grosso avana, scorgendo quel gruppo di persone, si alzò.

Era un bell'uomo, alto di statura, dai lineamenti regolari, con una barba fitta e nerissima, con due occhi intelligenti e vellutati che tradivano la sua origine spagnola, quantunque avesse la pelle piuttosto oscura, bruciata