Pagina:Salgari - La stella dell'Araucania.djvu/138

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138 Capitolo X.

proprio corpo, quindi l’aveva sollevata come se fosse una piuma, portandola dietro l’abitacolo.

L’equipaggio era già salito in coperta armato di carabine e di trabucos caricati con chiodi e pallottoni.

— Siamo assaliti? — chiese il signor Lopez, accostandosi a Piotre, il quale stava armando una grossa carabina a due canne.

— Sì, — rispose il baleniere, — e pare anche che l’assalto diventi grave. Temo che vi siano parecchie centinaia di patagoni raccolti sulla spiaggia.

— Potremo resistere?

— Questi indigeni non hanno scialuppe e sono poco amanti dell’acqua, voi lo sapete meglio di me.

— Non siamo che a trenta metri dalla spiaggia e l’acqua non è forse profonda.

— Vedremo, — rispose Piotre. — Pensate a Mariquita, voi; una bola può colpirla e quelle dei patagoni pesano! —

Le palle continuavano a grandinare sulla nave, rimbalzando un po’ dappertutto.

Fortunatamente la nebbia non permetteva agli assalitori di distinguere i marinai, sicchè lanciavano i loro proiettili a casaccio. Piotre fece schierare i suoi uomini dietro la murata di poppa e lanciare verso la spiaggia una bordata di chiodi e di pallottoni, servendosi dei tromboni.

Quella scarica, forse più rumorosa che pericolosa, fu accolta da urla acutissime dagli assalitori, ma non arrestò affatto la pioggia delle bolas.

— È un attacco furioso, — disse papà Pardoe, scaricando nuovamente il suo trabuco. — Che cosa sperano quegli imbecilli? Di demolire la nave a colpi di pietra? Ci vuole ben altro per la Quiqua!

Signor Lopez, badate di non esporvi troppo e tenetevi dietro la murata.