Pagina:Salgari - La stella dell'Araucania.djvu/171

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Fra i ghiacci 171


— Oh, sì, — rispose ella. — L’Atlantico.... l’oceano. —

E ricadde subito nelle sue meditazioni, continuando a guardare l’acqua.

La Quiqua, che un fresco vento del sud-ovest spingeva con notevole velocità, aveva già superato il capo Dungeness e moveva verso quello d’Espirito Santo per cominciare la sua rotta verso il sud.

Lo stretto si allargava considerevolmente, lasciando libero il passo alle larghe ondate dell’Atlantico, le quali non trascinavano con sè nessuna montagna galleggiante. Solamente verso il nord, in direzione del capo delle Undicimila Vergini, se ne scorgeva qualcuna errare solitaria, cappeggiando pesantemente.

Le due spiaggie dello stretto in quel luogo erano selvagge ed orribili. Cadevano quasi a piombo da altezze prodigiose, con gole, spaccature e caverne marine dove si precipitavano i cavalloni con lunghi boati che l’eco ripercuoteva.

Era un caos di rupi granitiche, colle basi sventrate e minate dall’eterna azione delle onde sempre irrequiete, quasi prive di vegetazione, non vedendovisi che magri muschi e licheni, e sempre popolate da un numero infinito di uccelli, specialmente di albatros giganti e di bellissime chlaephaghe che volando fischiavano acutamente.

Sui banchi sabbiosi invece si vedeva qualche coppia di foche in attitudine sospettosa, appartenenti alla specie delle eystophare leonine, razza ormai quasi spenta in causa dell’attiva e feroce caccia data loro dai balenieri per impadronirsi della pelle e dell’olio che si estrae dal loro grasso.

A mezzodì anche il capo Espirito Santo veniva superato e la Quiqua solcava ormai le onde dell’Atlantico, di quell’oceano che dodici ore prima aveva disperato di poter raggiungere.