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30 i naufraghi dello spitzberg


dalle penne nere ma le ali biancastre, di strolaghe, di oche bernicle, di labbi dal volo potente e fulmineo, di procellarie e di eider dalle penne preziose.

Il 5 ottobre, a circa duecento miglia dall’isola degli Orsi, la Torpa incontrava il primo ice-berg. Era una montagna di ghiaccio in forma di piramide, con una base di quattrocento metri e un’altezza di ottanta o novanta, un vero colosso che con un solo urto avrebbe schiacciato la più potente nave del mondo. S’avanzava superbamente, senza scuotersi sotto gli assalti delle onde, scintillante come un enorme diamante verso la cima, rosso come se fosse infuocato al centro, e candido verso la base. Il sole, che lo colpiva in pieno, faceva sprizzare, dagli angoli, fasci di luce che si tingevano dei colori dell’arcobaleno.

– Brutto segno – disse Tompson gettando uno sguardo corrucciato sul gigante polare. – Temo, professore, che avremo molto da fare per approdare alle Spitzberg.

– Verremo arrestati prima di giungervi? – chiese Oscar.

– Se i ghiacci si mostrano qui, chissà quanti ne troveremo al di la dell’isola degli Orsi.

– Che siamo costretti a ritornare?

– Ritornare!... Oh no, professore! – esclamò il baleniere, con vivacità. – Tompson non ritorna e dovessi aprirmi il passo a colpi di sperone o colle mine, io andrò alle Spitzberg. Ho promesso al signor Foyn di salvare gli equipaggi delle sue due navi, ed io non cesserò di lottare finchè non li avrò raccolti.

– Ma se i ghiacci imprigionassero la Torpa!

– Avanzeremo colle nostre gambe, professore. Se Parry ha potuto spingersi fino all’82° 45’ di latitudine, procedendo attraverso i campi di ghiaccio, si potrà più facilmente avanzare fino alle isole.