Pagina:Salgari - Nel paese dei ghiacci.djvu/40

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32 i naufraghi dello spitzberg


Il baleniere si era però affrettato a prendere le sue precauzioni. Aveva fatto raddoppiare le funi delle scialuppe e assicurare maggiormente le grue; rinforzare paterazzi e sartie; tendere funi lungo le murate per impedire alle onde di travolgere fuori dai bordi i marinai; imbrogliare il pappafico e il contropappafico e terzaruolare il trinchetto, il parrochetto e la randa.

Aveva inoltre fatti portare in coperta i buttafuori, per poter respingere i ghiacci che le onde potevano scagliare attraverso la prora del veliero.

Il cielo intanto continuava ad oscurarsi ed il nebbione, che il vento travolgeva, sbatteva in tutti i sensi e lacerava, minacciava di abbassarsi, rendendo pericolosa la marcia della Torpa. Grandi ondate si formavano qua e là e correvano verso il sud-est, accavallandosi le une colle altre e sfasciandosi con dei lunghi ed assordanti muggiti.

Numerosi ghiacci, ma fortunatamente di piccole dimensioni, oscillavano sulle creste spumeggianti o scendevano precipitosamente negli avallamenti. Di tratto in tratto s’incontravano e allora si frantumavano, come se nel loro centro scoppiasse una mina di grande potenza.

La Torpa, colle sue vele terzaruolate, affrontava coraggiosamente il mare, pareva anzi che se ne ridesse delle onde e dei ghiacci. Sormontava, agile come un delfino, i marosi, scendeva, quasi senza inclinarsi, negli abissi mobili e quando qualche ghiaccio si trovava dinanzi al suo solido sperone, lo frantumava senza subire alcun contraccolpo.

– Buona veliera – ripeteva Tompson, che teneva la ribolla del timone. – Con questa nave mi sentirei capace di lanciarmi sulla via che conduce al polo.

Alle quattro del pomeriggio, il nebbione calò bruscamente sull’oceano, mentre il vento trasportava alcuni