Pagina:Salgari - Sul mare delle perle.djvu/139

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cap. ix. — i cacciatori d’elefanti 121


Si strinsero la mano e si lasciarono entrambi commossi.

Jean Baret e Durga volsero le spalle al lago e si incamminarono attraverso la foresta, tenendo gli occhi al suolo per non calpestare la coda di qualche serpente, essendovene moltissimi nei boschi di Ceylan e quasi tutti dal morso mortale.

I cobra de capelo, che sono i più terribili, perchè uccidono in pochi minuti perfino i più grossi animali, pullulano nei terreni umidi e così pure i cobra de manilla, senza tener conto dei boa, che stritolano fra le loro spire uomini e belve con una facilità incredibile.

E non erano solamente i serpenti che dovevano temere, abbondando anche gli scorpioni del pari velenosissimi, i ragni pure dal morso mortale, poi le tigri, le pantere, i rinoceronti e anche gli elefanti selvatici assai cattivi, che non risparmiano le persone che incontrano nei boschi.

Jean Baret però non era uomo da lasciarsi sorprendere. Aveva percorso per lunghi anni le jungle dell’India centrale e meridionale, le foreste del settentrione, le paludi del Gange e sapeva cosa pensare di quegli abitanti delle regioni selvagge.

— Conosci la via? — chiese a Durga, che lo precedeva a tre passi di distanza tenendo il fucile sotto il braccio.

— Sì, padrone — rispose l’indiano.

— Quanto impiegheremo a giungere a Jafnapatam?

— Non più di sei ore, se qualche inatteso avvenimento non ci arresta.