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correvano addosso. Conobbe subito i portatori del palanchino.

— Amici! — gridò ai marinai del Bangalore. — Presto mi uccidono!

Un cingalese, che doveva essere più lesto degli altri, gli balzò addosso, tenendo in mano un coltellaccio.

Il francese con una rapida mossa si sottrasse all’attacco, poi piroettando velocemente su sè stesso, gli vibrò una tale pugnalata da stenderlo al suolo, senza che gettasse un grido.

— Ecco uno che non parlerà più — disse.

Poi si scagliò contro il secondo mentre dalla nave partivano alcuni colpi di fucile che gettarono a terra gli altri due.

Il francese ed il cingalese si afferrarono e mezzo corpo, lottando vigorosamente e cercando di atterrarsi.

L’isolano, che era alto e robusto, resisteva tenacemente agitando il coltellaccio, ma Jean Baret non si lasciava colpire.

Dal Bangalore si udivano i marinai gridare:

— Resistete un momento, signore, veniamo in vostro aiuto!

E Jean Baret teneva duro, stringendo sempre più l’avversario per impedirgli che si servisse del coltellaccio. Vedendo però che stava per essere sopraffatto, gli diede uno sgambetto, poi sul momento che stava per perdere l’equilibrio, gli cacciò la lama del pugnale nella gola, troncandogli la carotide.

Il Bangalore era giunto alla riva ed alcuni uo-