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320 sul mare delle perle


L’uragano in quel momento tornava a scoppiare e rovesci d’acqua precipitavano attraverso i rami degli alberi, mentre tuoni assordanti rombavano in cielo. Dei lampi vivissimi, acciecanti, rompevano di quando in quando le tenebre.

Jean Baret, trasportato come un collo di merce, con una velocità vertiginosa, si agitava come un disperato, tentando di allargare un po’ le maglie che lo avviluppavano.

— Se potessi ritentare il giuoco dell’altra volta, — mormorava. — No, non vi riuscirò. Allora avevo un coltello e non vi erano che quattro portatori, mentre qui vi è la scorta. Cento uomini! Li ho ben veduti io, prima che mi gettassero addosso questa coperta che mi soffoca. Questa volta è finita. Quest’isola doveva essere la mia ultima tappa e vi lascierò le mie ossa. Ed Amali, che cosa farà? Rinuncierà ai suoi disegni ora che Maduri gli è ancora d’ostacolo o andrà diritto al suo scopo? Ah! Se potessi fuggire e raggiungerlo!

L’uragano continuava ad imperversare e l’andatura dei portatori, invece di rallentare, aumentava sempre più, e, quando i tuoni cessavano, Jean Baret udiva la loro respirazione affannosa e la corsa della scorta.

Di tratto in tratto subiva un brusco soprassalto e si sentiva come proiettato innanzi: era un uomo fresco che sostituiva uno sfinito da quella corsa sfrenata.

— Anche questa volta hanno molta fretta di mostrarmi al marajah, — mormorò Jean Baret. — Che garretti hanno questi uomini! Possono sfidare i