Pagina:Sarpi - Lettere, vol.2, Barbèra, 1863.djvu/40

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32 lettere di fra paolo sarpi.

diverrà pure una mia credenza. Ell’ha per me l’autorità di un intero teatro, e dei più numerosi.

Leggerò più attentamente la scrittura del signor Richer, che in tanta ristrettezza di tempo ho scorsa appena coll’occhio. Frattanto la prego di volerlo ringraziare e salutare in mio nome.

Non posso dissentire da lei per ciò che spetta al re della Gran Brettagna: egli ha dallo studio delle lettere guadagnato questo, cioè di non poter essere raggirato dagli scaltri; malattia di cui molti principi, con loro gran danno, furono travagliati. Egli però, per certa libidine dell’umano ingegno, è tratto a voler ostentare eccellenza nell’arte altrui, piuttosto che nella sua propria; e quindi, come sembra, antepone un gran dottore a un gran monarca. Diceva già Seneca: — Niuna cosa mi pare più impotente di una legge la quale comanda per via di premio, e non giunge a persuadere. — Ora, che mai direbbe, se avesse veduta una legge sorretta da un’apologia, e questa prolissa e presa dall’Apocalisse? L’autore nel libro Tortura Torti lo ammonì bene dopo il fatto: quelle cose che colla penna aveva intraprese, spingesse innanzi collo scettro; come a dire, se avesse scritto prima di lui: che col solo scettro operasse, lasciando stare agli altri la penna. Vedete quel Cesare, mentre arde e barcolla la Germania, e la sua casa sta per andare in rovina, spregiar l’arte del regnare e darsi l’aria di un grande astrologo!1 Ricordate Nerone, il quale,


  1. La freccia, chi nol sapesse, è scagliata contro l’imperatore a quei dì regnante, Ridolfo II; il quale amando le scienze, e soprattutto l’astronomia, non andò esente dalle superstizioni del secolo, e lasciò infondersi da Ticone-Brahe la credenza nell’astrología giudiziaria. Peggio poi che, pei terrori che questa ispiravagli, si sequestrò in