Pagina:Satire (Giovenale).djvu/72

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lxxii prefazione

incredibili delitti, che la forza dell’argomento gli metteva sotto la penna, previene quest’accusa di esagerazione, e fa da sè la risposta. «Taluno dirà, egli scrive, che io invento; e uscendo dai confini posti dagli antichi, volgo la satira in tragedia. E Dio volesse che io vaneggiassi! ma pur troppo questi delitti son veri: e, quel che v’è di peggio, li autori hanno così perduto ogni senso di pudore, che in luogo di coprirli e vergognarsene, ne menano vanto».1 Ma noi qui non dobbiamo dar peso alle sue parole. Si consultino tutti li scrittori del tempo, e particolarmente li storici Tacito, Svetonio, Dione Cassio e Polibio: e vi troveremo una tremenda conferma delle maggiori infamie, che accesero così nobile ira nell’anima dell’Aquinate. Il male era così grande e generale, che la lingua più maledica avrebbe avuto di che sbizzarrirsi, senza bisogno d’inventare. Un solo storico, Vellejo Patercolo, discorda in parte dagli altri per ciò che si riferisce al regno di Tiberio e di Sejano. Ma qual fede si deve ad uno storico, il quale vivea sotto lo stesso Tiberio; e scrisse di lui, non con l’animo di giudicarlo secondo i meriti, ma colla mente volta ad accattarne i favori? E se vero è, come narra la fama, che fosse poi involto nella medesima disgrazia di Sejano, e perisse con lui,

  1. Sat. VI, 634 segg.