Pagina:Satire (Persio).djvu/103

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ai più belli di Plauto e di Persio, e di quant’altri poeti si sono sollazzati a dipingere la più sordida tra le passioni.

penemque. v. 35 e seg. — In tutto Persio ecco l’unico tratto, che sembra contravvenire ai precetti del pudore, e che mosse il Bayle a dire, che le satire del nostro poeta sono devergondèes. Questa rigorosa sentenza non è degna di quel gran critico, ed è smentita dal fatto. Il Monnier rispondendo al Bayle considera giustamente che Persio prêche partout la vertu, la sagesse, et même la piètè. S’il a fait un seul tableau trop fidelle du vice, s’il l’a peint avec ses couleurs naturelles, c’est qu’il vouloit le montrer dans toute sa difformitè, afin d’en inspirer l’horreur qu’il mèrite. E qual altro diremo noi essere stato il divisamento de’ Santi Padri nel raccontarci e dipingere così graficamente le laide abbominazioni del paganesimo? La verecondia di un costumato lettore correrà certamente minor pericolo co’ versi, non dirò di Persio, ma di Giovenale e d’Orazio, che con la quinta dissertazione d’Arnobio sulle processioni degl’idoli di Priapo: e io sfido il più libertino a leggere, senza infiammarsi di rossore, le orribili e nefande disonestà, che alcune società cristiane de’ primi tempi mescolavano alle sacre lor cerimonie, secondo la minuta descrizione che ne ha lasciata uno storico del quarto secolo, collocato sopra gli altari, dico s. Epifanio. Taccio le lascivissime allegorie di Oolla e d’Oliba, rimpetto alle quali le impudicizie di tutti i Satirici sono baci e sussurri di tortorelle. Sono egualmente lontano dall’applaudire all’irreligiosa libertà di quel dotto Inglese, che leggendo la cantica di Salomone dimandava: in what a bawdyhouse was it written such a book? Nè io voglio da tutto questo inferire, che sieno da commendarsi nè da scusarsi i versi lubrici, qualunque ne sia l’intenzione e lo scopo. L’emendazione del vizio non deve mai farsi col sacrificio dell’onestà, nè condurre in postribolo la poesia destinata a cantar la virtù, e a viversi in compagnia degli Dei e dei pastori de’ popoli, secondo il detto d’Esiodo. Intendo solamente concludere, che dell’impurità de’ poeti ognuno può lamentarsi a buon dritto, salvo i commentatori d’Oolla e d’Oliba.

quinque palestritae. v. 39. — Si chiamavano palestriti coloro che ungevano i lottatori, e li radevano d’ogni pelo. Non mi spiace punto l’ingegnosa riflessione dello Stelluti, che in questi cinque palestriti sospetta significarsi le cinque dita della mano impiegata nella disonesta funzione sopraccennata.