Pagina:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu/19

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viceconsolo in Bitinia, indi consolo; e noi dalla serie cronologica de’ consoli altro Petronio non rileviamo che il solo Turpiliano summentovato. Ne segue adunque che Tacito ha commessa una inesattezza attribuendo all’uno le dignità dell’altro, laddove questi due Petronj fossero realmente due persone diverse. Che se per iscusar Tacito si vuol che fossero una sola persona, noi allora l’accuseremo di una inesattezza ancor più grande quale sarebbe il farlo morir due volte, e in diversi tempi, cioè prima sotto Nerone, poi sotto Galba. O nell’un caso, o nell’altro non può evitarsi a così illustre istorico questo leggero rimprovero, quand’anche si supponesse che Arbitro fosse fratello di Turpiliano, e seco lui viaggiasse in Bitinia, e seco a Roma in occasione del consolato tornasse, dove poi dal favor di Nerone, del quale regolava i piaceri ad arbitrio suo, gli venisse il cognome, o soprannome di Arbitro. Supposizione che a me sembra accettabile, e che diminuirebbe di molto l’error dello storico che l’uno confuse coll’altro.

Ma per essere pienamente informati del nostro Petronio Arbitro veggasi il racconto che Tacito nel citato luogo ne ha lasciato. Io ne riporto la traduzione del Davanzati. “Il giorno dormiva, e la notte trattava le faccende e i piaceri. Come agli altri l’industria, a lui dava nome la trascuranza: fondeva sua facoltade non in pappare e scialacquare, come i più, ma in morbidezze d’ingegno; quanto più suoi fatti e detti pareano liberi, tanto più, come non affettati, piacevano. Viceconsolo in Bitinia, e poi consolo, riuscì desto e intendente. Ridato a’ vizj, o lor somiglianze diventò de’ più intimi. Fu fatto maestro delle delizie: niuna ne gustava a Nerone in tanta dovizia, che Petronio non ne fosse Arbitro. Onde nacque invidia in Tigellino, ch’ei seco competesse, e de’ piaceri fosse miglior maestro: adoperando adunque la crudeltà, più possente nel Principe di ogni altro appetito, corrompe