Pagina:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu/242

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186 capitolo trentesimoprimo

Con i magici suoi carmi i compagni
Circe, figlia del Sol, cambiò di Ulisse:
Sà Proteo figurar ciò che più vuole.
20Tal io, signora di quest'arte, pianto
Gli alberi d’Ida in mezzo all’acque, e posso
De’ fiumi il corso rimontare all’erta.


Io rimasi spaventato e atterrito di sì ammirabili vanti e mi posi a guardar la vecchia con maggior diligenza. Ella sclamò allora: È tempo, Enotea che tu eserciti il tuo potere. E lavatesi minutamente le mani si piegò sul letto, e baciommi una e due volte.

Enotea collocò in mezzo all’altare un’antica tavola, che caricò di carboni accesi, e con pece dileguata racconciò una tazza sdruscita, tanto era vecchia. Rimise poi nell’affumicata muraglia un chiodo, che era venuto dietro alla tazza levatane; dopo cintasi del suo piviale quadrato mise a fuoco un largo orcio, e tolse col forchetto dalla moscaiuola, un sacco di panno, ove stavan rinchiuse le fave per suo uso, ed un rancidissimo boccone di tempia roso in mille luoghi. Sciolto poscia il sacchetto, sparse una porzion delle fave sul tavolo, e mi comandò di mondarle diligentemente. Mi prestai tosto, segregando esattamente i grani che erano ancor coperti di sordide buccie. Ma accusandomi ella di lentezza mi ributtò sgarbatamente, e co’ denti abilmente cavò le scorze, sputandole in terra, dove parean tante mosche. L’ingegno della povertà è al certo mirabile; la fame insegnò più arti singolarissime. Vedevasi così divota di questa virtù la sacerdotessa, che la facea conoscere nelle più piccole cose. Il suo alloggio massimamente era un vero tempio della povertà.


Intersiato nell’or non vi splendea
L’indic’avorio, nè per lisci marmi
Lucicava la terra, in grembo a cui