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entrato veramente in vigore nel 1898, di tipo misto, in cui furono chiamate a contributo le principali legislazioni vigenti, ma soprattutto la germanica. Come si vede, tutto ciò poco si ricollega con le grandi correnti dei fattori interni della civiltà giapponese. Certamente in tale opera di recezione, per quanto intelligentemente condotta, insieme con istituti bene adatti se ne saranno importati altri meno convenienti. Resisteranno essi tutti? Finora pare di sì. Nessuno poi vorrà negare che in questo caso il diritto introdotto con illuminato arbitrio non sia stato e non sia causa importantissima della evoluzione sociale del Giappone; causa che, relativamente al Giappone stesso, non si può senz’altro considerare come effetto diretto degli altri normali fattori sociali.

Abbiamo così, con un rapido colpo d’occhio, veduto come l’arbitrio o violento o pacifico ed intellettuale possa anche profondamente alterare il corso ordinario dello svolgimento del diritto, agendo sulla società soggetta come causa perturbatrice del normale indirizzo delle altre forze sociali. In questo esame più d’una volta abbiamo usati quasi promiscuamente gli epiteti di arbitrario e di accidentale, non senza una profonda ragione, che oramai possiamo dichiarare con la sicurezza di non correre il rischio di essere fraintesi.

Per arbitrio del legislatore noi dobbiamo intendere quella volontà, che costituisce una legge, non determinata dalle cause normali dello svolgimento della società, cui la legge stessa si applica, e perciò anche non prevedibile da chi fermi la sua attenzione soltanto sull’ordinaria e immediata azione di quelle cause. Ciò non significa che anche questo arbitrio non abbia le sue cause e non sia quindi soggetto a leggi superiori meno facili a conoscersi.

Tale volontà apparisce così staccata dalla serie delle cause ordinarie e si presenta alla nostra mente in figura simile a quella di ciò che noi chiamiamo «caso» nella serie dei fenomeni naturali. Come nel «caso» si ha l’impreveduto incontro di cause, che operano, senza che a noi apparisca uno stretto nesso tra loro, così lo stesso deve dirsi dell’arbitrio di cui ragioniamo. Il parlare di arbitrio non significa dunque negare ch’esso sia motivato, ma solo negare ch’esso sia l’effetto della azione di alcune date cause, la cui normale efficacia ci sia nota.

Fin qui abbiamo considerato alcuni gruppi di casi di grande ampiezza ed importanza, nei quali la formazione del