Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/33

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dallo strepito. Non può dunque esser beato un che sia dato in preda a questa opinione: perocchè la beatitudine non può essere senza l’intrepidezza; e tra gli sospetti malamente si vive. Chi s’è molto dato a queste cose fortuite, s’ha acquistato una grande et inestricabile occasione di perturbazioni. Una sola strada ci è ad un che voglia camminar per il sicuro, e questa è disprezzar le cose esterne, e contentarsi dell’onesto. Però chi giudica che vi sia cosa miglior della Virtù, o che vi sia altro bene oltra questa, apre il seno a queste cose, che sono sparse dalla fortuna, e con travaglio sta aspettando questi suoi doni. Proponti nell’animo questa similitudine, che la Fortuna faccia i giochi, e che butti in questa moltitudine d’uomini onori, ricchezze, e grazia, parte delle quali cose si sono rotte tra le mani di quei che cercano di rapirle, parte son divise per infedel compagnia, e parte prese con gran detrimento di quei, in poter de’ quali eran venute: e delle quali cose alcune son cadute in chi non vi pensava, alcune, perchè troppo vi s’uccellava, son perdute, e mentre che con rapidità si rapiscono, gli si levano dalle mani; et a nessuno, con tutto che gli sia felicemente successa la rapina, l’allegrezza della preda durò mai più d’un giorno. E però un vero prudente, tosto che vede presentarsegli questi piccoli doni, si fugge dal teatro; e sa che un uomo magnanimo signoreggia anco queste cose piccole. Nessun vien alle mani con un che si parta dalla grappiglia, nessuno cerca di ferir chi n’esce: ma tutta la questione è