Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/47

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vivendo, non è dubbio che fa più tosto il fatto d’altri, che il suo. Non si può dunque determinatamente far una proposizion generale, se essendo un forzato per violenza d’altrui di morire, debbia prima darsi la morte, o aspettarla: perciocchè molte cose vi sono che ti possono tirare così dall’una, come dall’altra parte. Se di queste due specie di morti l’una è con tormento, e l’altra è senza, e facile, perchè non si deve dar di mano a questa? E come, dovendo io navigare, eleggerò sempre una buona nave, e per abitare, una buona casa; così anco dovendo uscir di questa vita, eleggerò la miglior morte che potrò. Oltra di questo come la vita più lunga non è migliore, così anco è peggiore una morte più lunga. In niuna altra cosa noi dovemo assecondare, et obbedir l’animo nostro più che nella morte. Lasciamo pur che eschi per quella via, per la quale ha cominciato a far impeto, o che appetisca il ferro, o il laccio, o pur bevanda che occupi le vene; seguiti pur innanzi, e rompa gli legami di questa servitù. Ciascheduno deve lodar la vita anco agli altri, et a se medesimo la morte; e la migliore è quella che piace. Scioccamente pensiamo tra noi stessi e dicemo: altri dirà ch’io abbia fatto troppo fortemente, altri troppo temerariamente, altri che si potea far altra morte più animosa. Vuoi tu dunque credere che sia sottoposto al volere, et ai consigli degli uomini quello, a che non appertien punto il grido, e la fama? Abbi solamente questa mira di levarti quanto più presto potrai dalle mani della fortuna; perchè avendo altro scopo, non