Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/78

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
52

continuo tossir ne faccia, che ne faccia recere parte delle viscere; quella d’una febbre, che abbrugiando ci vada tutto l’interno; quella d’una sete ardentissima che affannosa smania ne apporti; magnifica pure a talento il dolore, onde siam sopraffatti quantunque volte ne vengano stiracchiate le membra per la contrazione de’ muscoli: ch’io dirò essere un non so che di più la fiamma ad arrostire, l’eculeo a tagliare, e le infuocate lamine, le quali fanno che vie maggiormente si gonfino le ferite; e questo di più viene sempre aumentato di grado, e, a proporzione della durata del tempo, più profonda ne cagiona e più viva l’impression del dolore. Eppure in mezzo a questi tormenti v’ebbe un qualcheduno, il quale non mandò fuori nemmeno un gemito solo, nemmeno un sospiro; e questo è poco: il quale non dimandò mercè, nè altrui pregò d’alcun sollievo; è poco ancora: il quale non rispose verbo; anche questo è poco: il quale anzi sen rise, e di buon cuore. Vorrestu dopo tali esempi che sia da tenersi il gran conto del dolore, o non piuttosto che sia da farsene beffe? Mi si replica: l’infermità non mi permette d’operare qualunque cosa: ella mi rese incapace d’esercitare i miei doveri. Ma la malattia impedisce le funzioni del tuo corpo, non quelle dell’animo. Ella ritarda il corso dei lacchè, lega le mani del calzolajo, e del fabbro. Se sei tu solito a far esercizio di spirito, anche in tal situazione potrai persuadere, insegnare, ascoltare, apparare, ricercare, rammentarti? E che? ti credi forse di nulla operare, se anche ammalato ti dimostrerai sofferente? darai a divedere potersi o superare, o almeno certa-