Pagina:Serao - All'erta, sentinella!, Milano, Galli, 1896.djvu/73

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a Napoli, nevvero?

— Sì, mamma.

— Oh figlio mio, figlio mio — diceva ella baciandolo desolata.

— Ma anche qui è bello, anche qui è bello — ripeteva il bimbo abbracciando sua madre, poggiandole la guancia sulla spalla.

— Povero figlio, povero figlio — mormorava ella, come se una immensa pietà di quel bimbo le struggesse l'anima.

— È bello, è bello, qui — diceva lui macchinalmente come un buon piccolo fanciullo ragionevole, che non vuol dare dispiacere a nessuno.

Ma la madre non si convinceva, no. Ogni volta che vedeva suo figlio pallido, silenzioso, un dolore acuto la invadeva e pensava sempre:

— È questa galera, è questa galera!

Ah niente, niente poteva difenderla contro quest'orribile pensiero. Per sempre la sua gioventù, la sua gaiezza, le sue illusioni oramai sfiorate, disperse: non avrebbe mai goduto più un'ora d'inebbriante felicità, l'ora semplice e grande che è concessa ai più umili destini, l'ora della giovinezza vibrante. Ma di sè, oramai che le importava? Il suo strazio era per quel piccolo figlio, fiore delicato, nato nell'ambiente di una galera, cresciuto fra quella immane perpetua tragedia di centinaia d'uomini incatenati, povero fiore per sempre deturpato