Pagina:Serao - Dal vero.djvu/136

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tristia. 133

da un paese all’altro e mentre il cavallo si trascinava a stento, egli era fresco come una rosa, capacissimo di mettersi a ballare per una notte intiera. In lui niuna impressione facevano le notti vegliate, le intemperie della stagione, i lunghi viaggi, per mare e per terra: non era mai ammalato. Lo si trovava sempre pronto ad uno svago o ad un’opera buona, sempre ben disposto, mai annoiato, mai triste, incapace di alterarsi o di andare in collera. Non molto intelligente: ma gli aleggiava sul volto qualche cosa che era sorriso, riflesso, luce, un non so che di buono e di poetico. Sì, anche poetico: in quell’ercole moderno vi era la calma e straordinaria, poesia della forza e della bellezza fisica. La forma era piena, completa, armoniosa in lui, la linea grande e sviluppata, il disegno compiuto, l’ultimo tocco, lo svolgimento potente ed equilibrato di tutte le forze. Era una statua greca o romana perduta per la nostra razza mingherlina e sgagliardita: egli ne profittava per essere buono, molto buono.

Un cuore largo, largo: credo di averlo detto. Non poteva sentir piangere una donna o veder percuotere un bambino, non poteva sentir raccontare di miserie, di afflizioni, di morti: diventava rosso e pareva che volesse morir soffocato. In verità era il suo cuore ingenuo che si sollevava contro le ingiustizie e le sventure, era la sua ricca natura che sorgeva per istinto e lo spingeva a mettersi dalla parte dei deboli. Per questo fatalmente s’innamorò della Gemma: egli che stava tanto bene, aveva una grande compassione di lei, che passava dalla febbre all’emicrania e da questa al raffreddore; egli che,