Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/111

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per monaca 107


miletto. Strano a dirsi, non più la faccia di Giovannella mostrava quella mestizia profonda, quella incurabile malattia dello spirito che si manifesta in ogni fibra, nel colore, nelle linee, — invece ella mostrava un volto calmo e concentrato, come tutto chiuso in un sogno, in un pensiero, pareva quasi, che con uno sforzo inaudito, ella fosse giunta alla liberazione del suo spirito, a uno stato di contemplazione serena. Non più essa si accompagnava con Felicetta Filomarino, la triste fanciulla che serbava gelosamente un suo segreto, rodendosi di dolore: ma usciva sempre con sua sorella e con suo cognato, con sua sorella che le aveva tolto un marito, un fidanzato: e un misterioso sorriso le fioriva sulle labbra. Era entrata Angiolina Cantelmo con sua sorella Maria e con suo padre: non più Angiolina, non più una donna, ma uno stelo sottile, sottile, di un biancore di rosa finissima, senz’ombra di sangue sotto la pelle, una cintura così piccola che parca dovesse spezzarsi in due ad ogni movimento, certe mani così scarne, che il piccolissimo guanto vi faceva su mille pieghe. E si vedeva in lei tutto il desiderio di apparire ancora sana e bella, un mantello a ricche pieghe l’avvolgeva per dissimulare la magrezza del corpo, una sciarpa folta di merletto circondava il collo bianco e scarno, una veletta bianca punteggiata di nero calava sulle guancie a dar loro una vivacità fittizia. Gli occhi le brillavano, ella sorrideva: quando il padre, il duca, provato ripetutamente dalla sciagura domestica, aveva visto deperire la sua bella e buona figliuola, per amore di colui che viaggiava lontano, era andato dal principe Serracapriola padre, a implorare per la salute