Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/201

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scuola normale femminile 197


za vano le voci di quelle cinquanta neghittose e annoiate, che a nulla pensavano e che si davano sempre più alla meccanica di metter fuori la voce, dicendo:

               Ho una patria cui sacrato
                    È il mio core e il mio consiglio,
                    Che nell’ora del periglio
                    Sempre fida a lei m’avrà.

Le altre tacevano. Le esterne si seccavano di cantare quella stupida musica e quelle sciocche parole, in quel corridoio buio, senza accompagnamento di pianoforte, tenendo ancora indosso i panni bagnati dalla pioggia, sentendosi ancora i piedi assiderati, le braccia stanche per aver dovuto reggere i libri e i quaderni, con lo stomaco appena riscaldato da una cattiva mezza tazza di caffè, ribollito dalla sera; si seccavano di cantare, quando avevano innanzi la prospettiva di sette ore di lezioni. Specialmente quelle del terzo corso, le maestre di grado superiore, che erano sopraccaricate di lavoro, dovendo studiare le cose più opposte, in preda a un tormento continuo, non avevano fiato da cantare. Giuseppina Nobilone era la più felice fra tutte, non capiva nulla, nè di fisica, nè di geometria, nè di aritmetica, nè di geografia; in lingua italiana era sempre riprovata, e ogni sei mesi, ogni anno, passava, passava a furia di spintoni, di gridi, di pianti, di raccomandazioni, di preghiere; Giulia De Sanctis imparava le lezioni a memoria, con una fatica immensa, ma se arrivava a perdere il filo, si faceva burlare da tutta la classe; Cleofe Santaniello era invece intelligente e studiosa, ma era presa da un tal tremore, quando doveva recitare la lezione, che i professori la