Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/269

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sguardo serio serio dei neonati: la bocca si schiudeva ogni tanto, con quel moto adorabile, degli uccelletti che vogliono beccare; e una manuccia piccolina piccolina agitava lievemente le dita, come se già il neonato pensasse dentro di sè. Grazia Orlando Santangelo, con un vestito venuto apposta da Napoli, di broccato, con un cappello scintillante di perline, tutta dignitosa, attentissima, tendeva le braccia, portando il piccolo come sopra un vassoio. Dietro lei la levatrice, donna Mimma Scaletta, sfoggiava un abito di seta verde pisello, uno scialle di crespo bianco, un cappello nero carico di rose rosse, uno spillo di mosaico, che rappresentava il Colosseo di Roma: e aveva la grassezza tradizionale di tutte le levatrici, l’aria d’indulgenza bonaria, la gravità della persona importante. Venivano dopo Vincenzino Sticco, il padre fortunato, e Cicalio Santangelo, il compare, in marsina e cravatta bianca: e tutta la processione delle vecchie zie, la signora Astianese con le tre figliuole ancora zitelle: Emma, Ferdinando e Carluccio, i tre figlluoli di Rosina.

Un grande cerchio di persone ritte si formò attorno al letto, e in quel vuoto, Grazia Santangelo si avvicinò alla puerpera: con voce un po’ tremante, offrendole il bambino, le disse:

— Comare mia, ti riporto un piccolo cristiano. —

La madre prese il piccolo cristiano nelle braccia, si chinò su lui e lo baciò, a lungo. Forse, tacitamente, gli diceva qualche cosa: forse, sul piccolo cristiano, scendeva la fervida benedizione materna, viatico d’amore per tutta l’esistenza. Un silenzio profondo, pieno di emozione, regnava nella camera: Grazia Santangelo