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La Conquista di Roma 443

sole che si allungava sulla tovaglia, col suono di un pianoforte poco lontano, col ronzìo di qualche moscone nel meriggio che si faceva caldo. E presa da un capriccio bizzarro di donna virtuosa, ella proponeva a Sangiorgio di andare, una mattina, presto, col sole, in campagna, in una di quelle piccole osterie, dalla terrazza coperta di un pergolato, dove la vite si arrampica, a far colazione insieme, come due scolari che hanno marinata la scuola.

«Ma perchè mi tormentate, perchè mi dite questo?» le chiedeva lui, con un dolcissimo rimprovero.

«Vi tormento io?...»

«Voi non ci verreste mai...»

«Ci verrò, ci verrò...» mormorava lei, vagamente, sorridendo ancora al suo sogno infantile.

Dopo colazione, alle due, donn’Angelica cominciava la sua vita di ministressa, di donna che si deve al pubblico, le corse pei magazzini, le compre: ella amava i vestiti semplici, il nero era il colore che preferiva. Anche lui, Sangiorgio, preferiva il nero, così l’aveva vista vestita la prima volta, alla stazione, il giorno in cui era arrivato a Roma.