Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/218

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


SKVEItlNO l'IOUItAHI 171 ristretto e combattuto, in parte anche dall’inse¬ gnamento del maestro in certi accenti e in certi versi che allora gli uscivano pili intimi (guardate dalla parte di nonna Lucia), e nell’odio alle ro¬ manticherie, e nell'amore della schiettezza popo¬ lare «era, e via via; questo si trova riflesso nella poesia che fu detta, guardando un poco di fuori, famigliare, domestica; ed è anche nel Mazzoni e in altri. Per Severino c’è da dire più. Sappiamo con quanto consenso e fervore nel cuore egli avesse raccolto dal suo maestro lo stu¬ dio dei quattrocentisti, e della bella poesia au¬ lica di popolo, dal Poliziano e. dal Magnifico e dal Pulci fino alle canzoni a ballo e alle pasto¬ relle del trecento. Purezza e gaiezza toscana da una parte; obbligo di schiettezza e di freschezza dall'altra: questo poteva essere il beneficio, se¬ condo il Carducci. Ma in Severino si svegliava e rispondeva una parte più segreta della sua natura. Ricordiamoci ipiel non so che di salvatico, di campagnuolo che era nel suo aspetto. Se non che la. salva tiohezza vera egli la custodiva puramente nell’anima. In questo somigliava al Pascoli, scolare an¬ eli "esso del Carducci e amicissimo suo. La gente sentiva la somiglianza e univa, volentieri i due amici in una leggenda comune di bizzarria, di umore goliardico e un po’ rivoluzionaria. Più bizzarro, in apparenza, più fuori dei cam¬ mini battuti restava, il Pascoli, fidato al suo meraviglioso latino: Severino era meno intero, piegava un poco agli studi della consueta erudi¬ zione, all'apparecchio dei titoli da concorso; dava al suo sentimento profondo della poesia popolare anche questo sfogo, delle ricerche antiquarie di