Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/68

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giovanni pascoli 21


Ma dove mi volgerò? qual punto potrà fermare l’analisi inquieta? quale, fra tante pagine che mi stanno aperte e fredde dinanzi, avrà virtù di svelarmi il segreto del poeta? E vien voglia di uscire da quella selva trita di segni così minuti e così infidi, di gettare i libri e aprir la finestra e guardare.... Come beatamente l’occhio si riposa su questa dolce terra di Romagna! Ella è ancora intorno a me tutta bruna e nuda in una chiara aria d’inverno; ma l’orizzonte è spazzato fino agli ultimi confini dal vento aspro di marzo e nella pianura pulita le case paiono più bianche, gli alberi e le siepi più nere; la striscia del mare turchino ride al sole nuovo.

Il colore di queste cose nuove parla al mio cuore.

Io ne cerco il senso e vago con l’occhio sul gran ventaglio aperto del piano; guardo i colli magri e puri, le terre lavorate che spiccano nel fulvo crudo dell’ombra, e il dolce vecchio verde delle coste piene di luce; guardo i monti che s’affollano più lontani, ondeggiando come vapori, e in fondo alte e sole, quasi ritagliate sul cielo le tre punte celestine. Il noto profilo pare che renda a tutte le linee dei monti e del piano il senso delle cose domestiche e care. Non è questo dunque il paese del mio poeta,

il paese ove andando ci accompagna
l’azzurra visïon di San Marino?

Ecco l’Emilia, bianca dura e pulita fra le sue gracili siepi, co’ suoi ponticelli, sotto cui passano i rii dal bel nome romano, e mormora l’acqua che oggi è così trasparente e lucente tra le ripe calve