Pagina:Severi - Elogio città di Arezzo.djvu/11

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
12

Le sventure per altro indistintamente a tutti sovrastando, se gloria è il governarsi in esse con pertinace coraggio, gloria è ancora dopo esse il non giacersi come piante per sempre atterrate, ma anzi come quelle che la furia del vento incurva per un istante, tornarsene prestamente in alto e alla connaturale grandezza ridursi. Or dunque questo secondo vanto Arezzo lo riportò sotto Guido Tarlati suo Vescovo e Duce. Politico1 e guerriero, la città con ampie strade con più largo volgere di mura, e meglio colla ricondotta prosperità crebbe in onore, e il dominio suo colla riduzione dei ribelli e con la conquista di nuovi paesi aumentò. In questo solo infelice che l'assoluta grandezza della sua patria in Toscana, destinata forse a stabilirsi dalle sole sue mani; fu di perfezionare e consolidare impedito. La sorte avara a lui de migliori suoi giorni, e alla città di un degno suo successore, tutto ad un tempo con divisioni con odj con tumulti agitando, aprì all'oro2 dei Fiorentini quella strada che alle spade loro era stata mai sempre impossibile a superarsi. Non parlerò più oltre de tempi posteriori, non perchè questi siano di altrettanta gloria sforniti, ma piuttosto perchè essi meglio per quella delli eccellenti ingegni risplendono, alla quale seconda parte del discorso omai la necessaria brevità mi richiama.


  1. V. il poema di Ser Gorelo ove si fa un lungo elogio del suo Governo.
  2. Il dì 7 Marzo 1337, Pier Saccone cedè la Città ai Fiorentini per 10 anni patteggiando a proprio vantaggio la somma di quarantamila fiorini d'oro. V. Anche Machiavelli Stor. Fior.