Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/24

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punto di fuoco da me a lei, da lei a me: stan — e stan; stan — e stan. Dice il colpo: ti voglio bene. Risponde il colpo: ti voglio bene. Il sole è alto. È l’estate, amore.

Cari tempi erano quelli, amorosi e gloriosi. Mia era Vila, una signorina, Vila amata da Ucio, corteggiata da tutti i ragazzi della campagna. Riceveva cartoline da ricchi giovanotti, da studenti delle lontane università; ma ella rideva con me e mi baciava. Era mia. Io solo andavo con lei per la campagna, in cerca delle gocce di gomma sui tronchi dei susini, dei quatrifogli nell’erba, coprendola colle mie braccia quando pioveva.

Mi accompagnava nelle scorrerie ladresche oltre il confine della campagna, temendo quando scalavo cauto i muri sconnessi che minacciavan rovina. Portavo per lei, fra le labbra, la più bella pera, ed essa mi calava sui suoi ginocchi e mi baciava avidamente.

Io ero come un piccolo signore. Ero felice che lei godesse della mia forza e della mia temerarietà. Perchè avevo undici anni, ma neanche i contadini mi sapevano agguantare in corsa, e scalai il pioppo e l’elianto che tutti dichiaravano impossibili. Il padron di casa mi dette in premio cinque bottiglie di vino; Vila mi sorrideva impaurita dalla finestra. Era il crepuscolo. Sotto l’albero i compagni scoppiarono in urli di evviva, e io, sfinito, temevo il vento come un uccello senz’ali, e guardavo superbo le case della città che s’accendevano di punti giallastri.

Ah, se ora che Vila è sposata e ha due, tre figlioli che forse leggono già quello che io scrivo per i bambini, ed è più bella, assai più bella d’allora, giovane mamma contenta, e non mi guarda nemmeno quand’io passo arrossendo ac-