Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/32

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carne nuda, affondata nell'aspre eriche e timi e mente, fra il ronzo delle api tutt'oro! Allargavo smisuratamente le braccia per possedere tutta la terra, e la fendevo con lo sterno per coniugarmi a lei e rotare con la sua enorme voluta nel cielo — fermo, come una montagna radicata dentro al suo cuore da un’ossatura di pietra, come un pianoro vigilante solo nell'arsura agostana, e una valle assopita caldamente nel suo seno, una collina corsa dal succhio d'infinite radici profondissime, sgorganti alla sommità in mille fiori irrequieti e folli.

E a mezzo mese nell'ora in cui la luna emerge dal lontano cespuglio e si fa strada fra le nubi, candida e limpida come un prato di giunchiglie in mezzo al bosco, io mi sentivo adagiato in una dolce diffusità misteriosa, come in un tremor di quieto sogno infinito.




Conoscevo il terreno come la lingua la bocca. Camminando guardavo tutto con affetto fraterno. La terra ha mille segreti. Ogni passo era una scoperta. In ogni luogo sapevo l'ombra più folta e la più vicina caverna quando mi coglieva la piova.

Amo la piova pesa e violenta. Vien giù staccando le foglie deboli. L'aria e la terra è piena di un trepestio serrato che pare una mandra di torelli. L'uomo si sente come dopo scosso un giogo. Ai primi goccioloni balzo in piedi, allargando le narici. Ecco l’acqua, la buona acqua, la grande libertà.

L’acqua è buona e fresca. Invade ogni cosa. La pietra


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