Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/38

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patria è laggiù. Bisogna ch’io sia fratello d’altre creature che tu non conosci, che io non conosco, monte Kâl, ma vivono unite laggiù dove calano le nuvole turgide di piova.

Anni giovani che vi spalancate tremando come corolle di violette nella neve, dove volete gioiosi portarmi? Alzo le braccia e le riabbasso freneticamente come se avessi ali, e a ogni colpo i miei denti aggrappassero materia più leggera, e tanto diafana che l’anima mi si spandesse a formar l’alba d’una nuova vita. E sbalzo sul suolo, ripercosso dallo stesso monte che mi comprende e m’aiuta. Calo giù.

La bora mi schiaffa a ondate nella schiena e piombo, torrentaccio. I sassi voltolano e rotolano rombando. Ogni passo è nuovo, chè se il piede trova traccia si storce e stracolla. Giù. Il petto rompe a sperone l’aria. Giù, scivolando: un volo fino al ramo prossimo, al ciuffo d’erba che — un dito toccandolo — mi tiene in piedi. Scatta il sasso in bilico ber buttarmi a rovina, s’apre in dirupo la terra per accogliermi sfragellato; ma le mie gambe sono dure e flessibili. Così calava Alboino.

Lichene sotto ai piedi, scricchiolante, rigido; erba giallastra come foglie morte; un querciolo torto, e eccoli i piccoli verdi pini che ondeggiano la testa come bimbi dubitosi. Stretti e intrecciati, così che i piedi s’impastoiano, e com’io mi chino ad aprirmi la strada mi punzecchiano pruriginosi le guance. Procedo: sono tra i pini giganti. Un contadino con la frusta di pastore si ferma e mi guarda.

Mongolo, dagli zigomi duri e gonfi come sassi coperti appena dalla terra, cane dagli occhi cilestrini. Che mi guardi? Tu stai istupidito mentre ti rubano gli aridi pascoli, i paurosi della tua bora. Barbara è la tua anima, ma sol che