Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/45

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pagnate dal babbo o dalla mamma, e avevano stivalini lustri come i dorsi delle blatte. Erano stivalini assai più puliti e limpidi che i loro occhi. Anch’esse mi guardavano, con contegno; ma s’io le guardavo, voltavan gli occhi. Non sanno sostenere uno sguardo d’uomo.

Ora in questo via vai i giovanotti schivavano le signorine con accortezza in modo da sfregarle un poco, ma non tanto che alcuno potesse dire un bada a te. In generale tutti sorridevano e si levavano a ogni cinque passi il cappello inchinandosi leggermente di schiena. Io li guardavo meravigliato, e mi cacciavo tra loro, stordito dal trepestio e bisbiglio di quell’andar senza ragione.

Andai lentamente per la città, trasportato dal loro lento fluire. Difficile è camminare tra gente inoperosa. Quello che precede si ferma d’un tratto; un’altra esce di bottega con la testa rivolta a ringraziare il commesso che le ha sganciato dalla maniglia la manica a sbuffi; il terzo vuol camminare dietro a una signorina: tanto che io stufo di schivare misi le mani in tasca e camminai a linea retta facendo crocchiare le bullette sul lastrico. Stracciai una sottana e mi lasciaron camminare facendomi largo.

Ma anche così non si è liberi camminando in città. Ogni vostro passo in città è controllato da spie che fanno finta di non vedere. I portinai dai portoni aperti adocchian, di sotto, chi entra; i caffeioli passano lunghe ore mirando le gambe della gente; la signora tiene stretta la borsetta badando a destra e a sinistra se alcuno le si avvicini. Nessuno si fida di nessuno, benché tutti salutano tutti.

E benchè io sia coperto molto bene dalla mia mantella, questi occhi, questo controllo nascosto mi opprimono. I