Pagina:Sonetti romaneschi I.djvu/251

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Prefazione ccxxxix

voli esempi in molti e molti altri scrittori, è certo però che nessuno ha saputo adoperarla come lui, in componimenti interi, e tanto spesso, e con tanta maravigliosa evidenza. E, adoperata cosi, a me pare la più efficace; perchè tien desta l’attenzione del lettore, solleticandolo continuamente con quel piacere di leggere tra le righe, d’indovinare da sè tante cose: quel piacere che spesso ci fa ammirare le opere de’ grandi artisti, più per quello che sottintendono, che per quello che dicono.

V.


Giuseppe Belli (e non Gioacchino, tra mezza dozzina de’ suoi nomi di battesimo il quinto, ch’egli poi si aggiunse, e che il Municipio Romano ha messo erroneamente per primo ed unico nella via che ha denominata da lui) nacque in Roma il 7 settembre del 1791 da una agiata famiglia, che però nelle vicende politiche di que’ tempi, e per gravi disgrazie domestiche, perdette tutto il suo avere; sicchè egli, a sedici anni, orfano di padre e di madre, si trovò ospitato per carità, insieme con un fratello e una sorellina, da certi parenti, i quali, lo racconta egli stesso, fecero subito provare ai poveri orfani come sa di sale lo pane altrui.

Dà allora fino al 1816, egli trascinò quasi sempre miseramente la vita in meschini o uggiosi impieghi amministrativi del Governo o di case signorili; ovvero dando lezioni private, e facendo perfino il copista. Ma queste avversità furono, io credo, la sua fortuna; poichè l’essere stato costretto ad abbandonare le scuole dopo avervi appreso quel tanto che basta per dare l’aire al giovine che sente nell’animo l’inclinazione allo studio, lo avvezzò per tempo a quello studiare da sè, che sarà sempre l’unico modo di farsi uomo e non pappagallo: e la