Pagina:Sonetti romaneschi II.djvu/16

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ER GROSSO DELL'INCORONAZZIONE


 
     Duncue lo vôi sentì si pperché ttosso?
Perché dd’avanti all’arba inzin’a mmone
Sò stato a bbervedé lì de piantone
Iggnud’e ccrudo e cco la guazza addosso.
              
     Eppoi quann’è stat’ora de dà er grosso
Cianno uperto un spirajjo de portone
Pe infilacce un’a uno ar cortilone,
Come se fa a l’agnelli er zegno rosso.
              
     Ladri futtuti! a mmé mmezzo grossetto
M’hanno dato a lo sbocco der cortile,
E a cquarche ddonna poi fino un papetto. 1
              
     E ar vortà li cartocci in ner bascile,
Se tienevano er fonno immano stretto
Rubbanno un cuartarolo oggni bbarile.2


7 gennaio 1832 - Der medemo


  1. Ordinariamente le donne non prive di meriti esterni, e capaci di eccitare qualche sentimento di più ne’ pietosi animi de’ distributori, ottengono una elargizione maggiore della consueta, talora per cagioni anticedenti, talora per motivi susseguenti. Né poi è raro che tra la moltitudine de’ grossi siasi cacciato qualche mezzo-grosso, il quale la mala combinazione fa sempre toccare al vecchio o alla vecchia.
  2. Gli onorevoli distributori, nel votare i cartocci nel recipiente d’onde si tolgono i grossi per distribuirli, sogliono stringerlo con la mano alquanto
    === no match ===
    al di sopra del fondo, e poi intascano la cartaccia, ove talvolta rimane un quarto dell’intiero.