Pagina:Sonetti romaneschi II.djvu/241

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    in una specie d’epigrammi plebei di tre versi, il primo dei quali contiene sempre il nome d’un fiore, si riduce tutta la poesia propria del volgo romano.



L'EDITTO BBELLO.

 
     Avete visto l’editto, eh zio mio,
C’hanno attaccato mó a la Palommella?1
Che bbella cosa! se discure ch’io
Me sce sò storto er collo pe vvedella!
              
     Annatel’a vvedé vvoi puro,2 zio,
Che vvederete una gran cosa bbella.
C’è un P, un I, e un O, che vvò ddí Ppio,
Po’ ott’antre lettre, e vonno di Gabbella!
              
     Eppoi sce sò le lettre zifferate3
E ccento ggiucarelli tanti cari,
Che vvoi de scerto4 ve n’innamorate.
              
     Eppuro5 llí, tre osti e ddu’ fornari
Ne disceveno cose da sassate...
Nun capischeno er bòno sti somari.

Roma, 9 dicembre 1832.



  1. [Palombella] Contrada presso il Panteon.
  2. Pure.
  3. Cifrate.
  4. Certo.
  5. Eppure.