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Pagina:Sonetti romaneschi II.djvu/423

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Sonetti del 1833 413

LA VISITA DER GOVERNO.

     Du’ ggiorni doppo er fatto der cortello,
Pe’ vvia de cuella Madalena affritta,[1]
Se presentò un Abbate e ’r Bariscello[2]
Drent’ar mi’ catapecchio[3] de suffitta.

     Disce: “Che nnome avete, bberzitello?„[4]
Dico: “Una vorta me chiamavo Titta.„[5]
Disce: “Ma Ttitta cuale?„ — “Titta cuello
Che sse pulissce er cul co’ la man dritta.„

     Cqua cciarlònno[6] un tantino tra dde sé;
E ddoppo, disce: “Chi cce sta cqui ggiù?„
Dico: “La fia[7] der coco de Sciamblè.„[8]

     Disce: “Ho capito;„ e bbon zuàr monzù:[9]
Fesceno[10] com’er corvo de Novè,
Ch’annò[11] in malora e nnun ze vedde[12] ppiù.[13]

Roma, 4 febbraio 1833.

  1. Maddalena affritta dicesi di ogni donna mesta. Ha una faccia da Maddalena affritta.
  2. Bargello. [Abbate: un giudice istruttore, che aveva titolo d’abate e ne vestiva l’abito.]
  3. Stanzettaccia.
  4. Bel-zittello.
  5. Giambattista.
  6. Ciarlarono. [Cqua: a questo punto.]
  7. Figlia.
  8. Chiablais.
  9. Bon soir, monsieur.
  10. Fecero.
  11. Andò.
  12. Non si vide.
  13. Questi ultimi due versi, scritti in lingua illustre, sono un furto da me fatto ad un sonetto di un mio amico. Confessiamoci.