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Pagina:Sonetti romaneschi IV.djvu/257

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Sonetti del 1835 247

CHI È CCAUSA DER ZU’ MAL, PIAGGNI SÉ STESSO.

     Jèso ch’ho da sentì![1] Mamma mia bbella![2]
Ma ccome t’è ssartato er capogatto
De fà sto passo de sposà cquer matto?
Io sce divento un pizzico,[3] sorella.[4]

     Eh cce vò antro[5] che bbocca a sciarpella![6]
Ciavévi da penzà cquann’eri all’atto.
Adesso, fijja, quer ch’è ffatto è ffatto.
Chi ha vvorzùto la vèrgna,[7] ha da godella.

     Certe zzappate[8] Iddio nu’ le perdona.
Bbuttà vvia un bonissimo partito,
Pe’ ppijjà sto Luscifero in perzona!

     Ggià, ccapisco, se[9] sa: mmo cch’hai finito
Queli quattro bbajocchi, te bbastona.
Che cce faressi, Nanna?[10] È ttu’ marito.[11]

26 agosto 1835.

  1. Jesus! che ho da udire.
  2. Altra esclamazione di meraviglia.
  3. Io mi rannicchio [mi fo piccina piccina] dallo stupore.
  4. [Qui sta per “amica mia, cara mia,„ e simili.]
  5. Ci vuol altro.
  6. Che far bocca torta. [Come accade a chi si sforza per non rompere in pianto.]
  7. Chi ha voluto il danno.
  8. Certi falli.
  9. Si.
  10. Che ci faresti Marianna?
  11. È tuo marito.