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Pagina:Sonetti romaneschi V.djvu/307

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Sonetti del 1846 297

ER CAVAJJER DE SPAD’E CCAPPA.[1]

     Chi ffussi cavajjer de spad’e ccappa,
Cosa vierebb’ a èsse in fin de fini?
Eh, ssarebb’uno che nun cià cquadrini,
Eppuro, grazziaddio, sempre la strappa:

     Un negozziante de leccate e inchini,
Che sta ar ricasco[2] de li ricchi, e ppappa:
Uno che rruga[3] sempre e ssempre scappa,
E ssoverchia noàntri[4] piccinini:

     Un pajjaccio de corte, un cammeriere
Pien de croscette e ffittuccine in petto,
Ch’arrègge a li padroni er cannejjere:

     Uno che nnun za un c.... a ffa er dottore:
Un Galimèdo[5] arriggistrato in Ghetto:[6]
Un milordo a la bbarba der zartore.

4 gennaio 1846.

  1. [Per Cavalieri di spada e cappa, il Belli intende forse coloro che nella Corte romana si chiamavano Cappe nere, cioè i maestri di camera, i gentiluomini laici de cardinali, de’ principi, degli ambasciatori, ecc., perchè con l’abito di città portavano pure la spada. (Cfr. Moroni, Dizion., vol. VIII, pag. 93.) Camerieri, poi, di spada e cappa erano e sono i camerieri segreti effettivi o onorari del Papa.]
  2. [A discrezione. — Cfr. la nota 2 del sonetto: Un privileggio, 5 dic. 32.]
  3. [Parla e risponde arrogantemente. V. la nota 2 del sonetto: La raggione ecc., 23 dic. 46.]
  4. [Noi altri.]
  5. [Più comunemente, Ganimèo: Ganimede.]
  6. [Noto, scritto, autenticato in Ghetto, perchè si fa bello con gli abiti usati che ivi si vendono.]