Vai al contenuto

Pagina:Sotto il velame.djvu/292

Da Wikisource.
270 sotto il velame

ha detto il nome di lui. Nella terza è papa Niccolò che dice il suo fallo, dopo avere accusato Bonifazio e non senza accusar poi altri predecessori; e il nome suo lo accenna, non lo dice: fui figliuol dell’orsa; e dopo l’invettiva di Dante springava coi piedi,[1]

               o ira o coscienza che il mordesse.

Non sembra mostrar vergogna lo sciagurato della bolgia quinta, il quale dice il suo essere, se non il suo nome; ma era, quando parlava, col ronciglio tra le chiome![2] Nè vergogna mostrano i due frati godenti; ma nel cauto discorso di Catalano si vede chiara l’intenzione di nascondere la loro reità:[3]

               frati godenti fummo e bolognesi;
               io Catalano e questi Loderingo
               nomati, e da tua terra insieme presi,
               
               come suole esser tolto un uom solingo
               per conservar sua pace, e fummo tali,
               ch’ancor si pare intorno dal Gardingo.

Poveretti! sì che Dante comincia col volerli rimbeccare, gl’innocenti uomini solinghi:[4]

               O frati, i vostri mali...

Ma Caifas si distorce e soffia “nella barba co’ sospiri„.[5] Non vuol essere veduto, Caifas. Nella settima bolgia è poi manifesto il pensiero di Dante intorno alla vergogna dei dannati. Vanni Fucci dice

  1. ↑ Inf. XIX 119.
  2. ↑ Inf. XXII 31 segg.
  3. ↑ Inf. XXIII 103 segg.
  4. ↑ ib. 109.
  5. ↑ ib. 112 segg.