di grammatica, ch’egli avea, e un poco di suo ingegno potea fare„.[1] Or se uno d’essi autori valeva a impersonare tale studio, questi era Virgilio.[2] Già ai tempi di Quintiliano e prima “Virgilio era il primo libro latino che prendevano in mano i fanciulli dopo avere imparato a leggere e scrivere, e d’allora in poi esso serviva non meno all’insegnamento elementare che al superiore„. E così continuò per un pezzo;[3] e nei tempi oscuri di mezzo[4] “dove regnò la grammatica, ivi regnò anche Virgilio, compagno inseparabile ed autorità suprema di essa. Virgilio e la grammatica si può dire che, nel medio evo, cessino di essere due cose distinte e divengano quasi sinonimi„. E ciò valeva, più che per qualunque altro, per Dante, il quale già nella Vita Nuova, quando per il suo ingegno “molte cose, quasi come sognando, già vedea„,[5] citava prima e più diffusamente di ogni altro poeta Virgilio, a dimostrare che i poeti devono parlare “non senza ragione alcuna, ma con ragione, la quale poi sia possibile d’aprire per prosa„.[6] Si aggiunga a ciò che Virgilio cantò la giustizia di Enea; che visse ai tempi d’Augusto, quando “esistendo perfetta monarchia, il mondo d’ogni parte fu quieto„;[7] che portava, sì dietro sè, ma tal lume che stenebrava altrui, essendo egli quasi un profeta, inconscio, di Gesù;[8] che oltre aver cantata la discesa agl’inferi d’Enea, ed essere perciò come l’evangelista dell’eroe della vita attiva, aveva acquistato nei tempi di mezzo fama di mago.
- ↑ Conv. II 13.
- ↑ Virgilio nel Medio Evo di D. Comparetti 2. ed. Vol. I cap. III.
- ↑ Op. cit. pag. 92, 97.
- ↑ Op. cit. pag. 101.
- ↑ Conv. II 13.
- ↑ V. N. XI 25.
- ↑ De Mon. I, 18; e passim.
- ↑ Purg. XXII 72.