Pagina:Sotto il velame.djvu/59

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la selva oscura 37

               Di quella vita mi volse costui
               che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda
               vi si mostrò la sera di colui

               (e il sol mostrai)....

E Virgilio in Malebolge dice al discepolo:1

               E già iernotte fu la luna tonda:
               ben ten dee ricordar, chè non ti nocque
               alcuna volta per la selva fonda.

Dobbiamo credere che Dante imaginasse una notte decenne illuminata dal plenilunio? Dobbiamo affermare che egli chiami notte tutto il tempo passato nella selva, perchè v’entrò col sonno e vi errò nell’oscurità; e che poi ragioni dell’ultima notte che vi passò, e dica che quest’ultima era illuminata dal plenilunio; sì che egli potè ritrovarsi, nella selva?

Nè l’una nè l’altra cosa dobbiamo credere. Credere dobbiamo questo: lo smarrimento e l’errore è nel poema stesso spiegato da Beatrice, qual fosse. E Beatrice e Dante dicono che fu di dieci anni.2 Or quando il poeta afferma, che fu come una notte sola, parla in modo diverso da quando ode parlare Virgilio e da quando esso parla a Forese di luna tonda. Prima parla per metafora, poi parla propriamente.

Il suo incontrarsi con Virgilio, dopo uscito dalla selva, è sì imaginario, ma narrato per vero. Non è invece narrato per vero che si smarrì pien di sonno e che assonnato visse una notte nell’errore; poichè questo corrisponde alle parole di Beatrice e sue, che

  1. Inf. XX 127.
  2. Purg. XXXII 2.