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| 54 | sotto il velame |
Vero è che questi martirii hanno in sè, come un cotale spregio, così una tenuità relativa a’ terribili tormenti del vero inferno; sì che Dante che forse non s’è accorto delle noiose bestiole che stimolano quelli sciaurati o a ogni modo crede quei lamenti e quell’avvilimento effetto troppo grande di così piccola causa, domanda:[1]
che gent’è che par nel duol sì vinta?
e torna a domandare:[2]
Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar gli fa sì sorte?
E il maestro (cosa notevole) assegna del forte lamentare cioè del loro guaire una cagione spirituale:[3]
Questi non hanno speranza di morte:
il che si riscontra con la cagione dei sospiri che traggono quelli del limbo; perchè il loro duolo non nasce da martirii, ma sol di questo, che, come Virgilio dice anche di sè,[4]
che senza speme vivemo in disio.
Nè questi nè quelli hanno speranza. E hanno tra loro altre somiglianze. Sono gli uni e gli altri moltissimi. Dietro l’insegna veniva[5]
sì lunga tratta
di gente, ch’i non avrei mai creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.